Fake

Da Oscar Giannetto, alter del giornalista candidato premier nel 2012, fino a Renzo Mattei, Gianni Kuperlo e Casalegglo: i falsi account che impazzano su Twitter ci aiutano (anche) a capire la politica. Una nuova forma di partecipazione. E di linguaggio. Che rompe gli schemi tradizionali e raccoglie quella voglia di "essere parte" spesso inascoltata. Li abbiamo consultati, studiati e interpretati. Ve li proponiamo. Anche per capire come è cambiato il discorso pubblico nell'era 2.0. Con un occhio a come i leader "cinguettano" ogni giorno

Quando l'imitazione supera l'originale

di Roberta Benvenuto, Marco Bracconi e Carmine Saviano


ROMA - Se cercavi Dio, una volta dovevi andare in Chiesa. Oggi può bastare andare su Twitter. Dove Nostro Signore ha oltre 300mila fedeli. Non è dato sapere se il fake del Padreterno ha ottenuto il beneplacito dall'aldilà. Quel che è certo è che  -  scendendo dal cielo sulla terra, anzi nel Palazzo -  gli alter del premier (Renzo Mattei, più di 30mila follower), del guru 5 Stelle (Casalegglo, 69mila), dello sconfitto alle primarie Pd (Gianni Kuperlo, 25mila) sono nati all'insaputa dei loro ispiratori.



Il fake politico è tutto e il contrario di tutto. È specchio rovesciato, parodia, satira, disvelamento, inganno, interpretazione, depistaggio. Nella postdemocrazia, dove è un habitat ibrido (social/media tradizionali) ad ospitare il discorso pubblico, gli "pseudo-avatar" sono diventati parte del racconto della politica. Non è solo un controcanto o una presa in giro. Perché il fake dilata i confini. Li ridefinisce. "Siamo di fronte ad una innovativa forma di partecipazione politica - dice Sara Bentivegna, docente di Comunicazione politica e autrice del libro 'A colpi di tweet, la politica in prima persona' - con la quale ci si inventa un nuovo modo di essere parte". Parte, ma non necessariamente partito: "Quando twittiamo - dicono i fakers di Renzo Mattei - non pensiamo alle nostre opinioni politiche. Facciamo vedere l'altra parte della politica". La terra, o la politica, vista dalla luna.

Una pietra miliare è Oscar Giannetto (3.600 follower), alter del giornalista candidatosi a premier, che si palesa in diretta durante il confronto Sky per le primarie Pd nel novembre 2012: "Mi cerca qualcuno?". Da allora i fake si moltiplicano. Si fanno ombra degli account ufficiali. Costruiscono una sintassi alternativa a quella dei protagonisti della vita politica.

Dietro questi account (sono circa 60 quelli più attivi) non ci sono smanettoni dediti ad improvvisata goliardia. Il faker generalmente ha tra i 25 e i 40 anni. È di istruzione medio-alta. Capace di comprendere testi e sottotesti del linguaggio politico. E presuppone un pubblico altrettanto attento e informato. "Spesso - spiega Bentivegna - la sua competenza rivela un passato di militanza, magari di delusione; ma il disincanto in questo caso non diventa abbandono, si trasforma in reinterpretazione del reale".

La conferma arriva dai Renzo Mattei, tre ragazzi poco più che venticinquenni con studi di giurisprudenza alle spalle: "Non saremmo capaci di reggere una timeline come quella di Renzo Mattei - dicono Luca, Roberto ed Emanuele - se non avessimo un background di attivismo politico. Se il contenuto è debole, sulla lunga distanza rischi di risultare trito. Devi comunque avere capacità di leggere tra le righe del politico". Così la vita del faker somiglia a quella dei giornalisti. "Leggiamo molti i quotidiani, prendiamo appunti e analizziamo linguaggio". E intanto si divertono.

Vale per i sosia cinguettanti del capo del governo come per tanti altri. "L'apparato" (fake evocativo della vecchia struttura Pci, 10mila follower), gestito da due giovani studiosi di filosofia teoretica a Pisa; Gianni Kuperlo, un ricercatore di fisica trentenne. Dietro a Diecimila.me (collettivo che gestisce il fake più fortunato di Casalegglo), o  al celeberrimo e spassoso Marxisti per Tabacci, c'è più di un laureato in sociologia, lettere e filosofia.

Che si tratti di siti collegati o di libri che raccolgono i cinguettii più efficaci, i fakers più consolidati trascendono la twittersfera. Cominciano a partecipare a convegni e dibattiti. "Soprattutto - sottolinea Bentivegna - con la loro esistenza, dicono a tutti che ci sono inedite opportunità di partecipazione, disintermediate e libere dalle vecchie strutture di linguaggio e appartenenza". Al tempo stesso, però, reintermediano. Basti pensare a quanta attenzione vi porgono i media tradizionali: "Si può capire più della politica leggendo attentamente le parole di un fake che quelle del profilo originale". Oppure all'uso che gli stessi politici fanno degli altrui fake, ritwettando e strumentalizzando i cinguetti degli alter ego dei loro avversari politici.

Non solo. Quello che offrono i fake, ciò che li rende così irresistibili mediaticamente, è anche la loro capacità di engagement. In sostanza, promettono un'esperienza. Posso parlare con con Dio (mi faccio raccomandare per l'esame o per la mia prossima operazione) come posso twittare a Kuperlo, e stuzzicarlo sull'ultimo scivolone della minoranza Pd. Riappropriandomi così del discorso politico al di là del mio essere opinione pubblica.

"C'è tanta rabbia - raccontano i Renzo Mattei - Spesso riceviamo risposte sconclusionate, soprattutto da parte di chi non padroneggia il mezzo. Inveiscono contro di noi, scambiando il profilo per vero. Altre volte capita che qualcuno consapevolmente decide di imbastire vere e proprie conversazioni politiche con noi. Vogliono risposte, vogliono un feedback".

Un circolo 2.0 nella post-broadcast democracy. Un non-luogo dove l'utente medio, appassionato della cosa pubblica, può esternare opinioni o scaricare frustrazioni. Avere risposte non dai profili official dei politici, ma da chi sta dall'altro lato della barricata. Qualcuno che simboleggia la politica, ma non è la politica. Per dirla con le parole dei Marxisti per Tabacci (edizione Photobook, 2013) il fake è una necessità, un modo di "seguire la politica in maniera innovativa, fuori dalla costruzione passiva dell'informazione politica indotta nei talk show televisivi... La e-democracy, la democrazia elettronica, partecipata, aperta".

Per alcuni di questi il giochino è diventato una lavoro, una start up in 140 caratteri. Valga l'esempio di Casalegglo. Come spesso accade, dietro un fake c'è un collettivo di autori - diecimila.me - bloggers di successo con esperienze pregresse nella satira 2.0, come Spinoza.it. Hanno all'attivo un sito pluripremiato, collaborazioni radio, uno spettacolo teatrale con Moni Ovadia e due libri. È farina del loro sacco l'hashtag #vinciamopoi, lanciato dopo le Europee per sfottere Grillo e finito in poche ore al quarto posto del trending topics mondiale. Dal settembre 2014 diecimila.me è diventata una web agency che si occupa di contenuti social, e collaborazioni autoriali. "Speriamo di crescere - dice l'amministratore Gaspare Bitetto - se la crisi ce lo permette".

Trascendendo (è il caso di dirlo) per un attimo dalla politica, anche Dio ha fatto del suo fake una occasione di lavoro. "Il profilo non è commerciale e non mi dà profitti diretti - racconta Alessandro Paolucci - Ma grazie a @Iddio ho ricevuto qualche contatto e adesso riesco a vivere di collaborazioni". Già, anche Dio ha la Partita Iva. "L'era social, finché dura, è il paradiso dei laureati in materie umanistiche - continua Alessandro - quando devi produrre contenuti che funzionano servono loro, i creativi capaci di sedurre con le parole".

Il fake lavora comunque di fino. A differenza del normale utente che partecipa al dibattito politico su Twitter, non reagisce necessariamente a caldo. Al contrario, spesso, compare all'improvviso, fuori contesto, aumentando la sua valenza surreale e corrosiva. Nella twittersfera dipendono dal pensiero e dall'immagine pubblica dei loro mentori, ma non hanno bisogno della loro esistenza sulla piattaforma social. Casaleggio non twitta, ma ha più di un fake nel curriculum.

Come il politico, il fake è sottoposto ai suoi elettori/follower. "Entrambi - riflette Bentivegna - hanno il problema del consenso. Uno dei paradossi è che questa forma di partecipazione e di apertura democratica abbia come effetto collaterale anche il rafforzamento della tendenza alla personalizzazione". Insomma, per misurare la popolarità di un leader si finiranno per contare oltre agli elettori, agli amici su Facebook e ai follower anche il numero di fake su Twitter.

Così la sintassi dei fake "pubblici" si evolve e si va differenziando facendosi più complessa. Dal fake nominale alla Ale Il Battista (quasi 3mila follower) al più sottile Il gufo. Si passa dalla mimesi del personaggio pubblico a quella con una intera categoria "culturale", i presunti uccellacci del malaugurio trasformati da Renzi in un brand polemico ormai rituale. Fino al minaccioso L'Agenda Monti, avatar non di una persona e neppure di una categoria di persone, ma direttamente di un programma economico e politico. Pescato dal bestiario politico c'è il surreale Dudù (2mila follower), occhio (fintamente) innocente e privilegiato della vita domestica berlusconiana: "Abbaio solo a Daniele Capezzone".

Con tutti i rischi legati all'ibridazione ormai generalizzata della comunicazione. "Se un fake è un po' più abile degli altri, potrebbe far cadere le Borse o simili? Non credo - sottolinea ancora Bentivegna - C'è un autocontrollo spontaneo che in Rete si attiva in tempi molto rapidi. Poi certo, anche i circuiti dell'informazione online hanno tempi di monitoraggio altrettanto rapidi. Ma questo dipende anche dalla professionalità di chi gestisce i media, ed è un altro discorso".

Per ora, tranne qualche svarione diventato tormentone sugli altri social network, i fake non hanno mai provocato equivoci dalle gravi conseguenze. Anche se bisogna ammettere che quando Sarkozy ha chiesto l'amicizia al fake di Mario Monti l'ex presidente francese non ha fatto la migliore delle sue figure. E l'Eliseo ha impiegato 24 ore per capire l'errore.

 

Filologia dei comizi in 140 caratteri
di ROBERTA BENVENUTO e MARCO BRACCONI


ROMA - Se qualcuno avesse ancora dei dubbi sulla estrema personalizzazione della politica italiana, l'esperienza da fare è un giretto su Twitter. Monitorare il comportamento dei leader sul social a 140 caratteri offre una ennesima conferma di quanto le loro modalità comunicative siano coerenti con la sistematica sovraesposizione - esplicita o dissimulata - della figura del capo. Una dinamica che va di pari passo, almeno dall'osservatorio di Twitter, una perdita di creatività linguistica dei partiti.

Nel periodo compreso al 15 maggio al 1 giugno l'attività sul social di Matteo Renzi, del suo portavoce Nomfup, di Matteo Salvini, e di Beppe Grillo è stata (con l'eccezione del premier) molto intensa. E per nulla improvvisata. Al contrario, i cinguettii dei leader si organizzano su direttrici costanti che permettono di definire un quadro comunicativo coerente per ognuno di loro. In altre parole, sono (anche) ciò e come twittano.

Il caso Salvini-Grillo: leader in terra come in cielo. Opposti e speculari. Nella twittersfera i capi dei due partiti anti-sistema raccontano due facce della stessa medaglia: il personalismo 2.0. Grillo e Salvini, su twitter, si somigliano solo per la frequenza del tono polemico o provocatorio. Per il resto, pur perseguendo lo stesso obiettivo, la struttura comunicativa dei due account è opposta.

Con ordine. Nel periodo preso in esame il leader leghista ha fatto volare quasi 400 tweet, contro un numero di retweet di altri account che si contano invece sulle dita di una sola mano. Parla in prima persona, Salvini. Sempre. Stile catilinario, uso insistito delle maiuscole e attacchi diretti agli avversari. Il tutto accompagnato da hashtag semplici come firme (#rom, #immigrati, #clandestini) e - unico tra tutti - dalla sua firma vera e propria: #salvini per oltre 300 volte in due settimane. Da notare che, viceversa, gli hashtag #lega nei tweet del segretario non  sono stati neanche 200. Prima il leader poi, il partito. Un leader sempre presente materialmente. Il suo account, infatti, è anche una mappa fisica degli spostamenti per gli incontri elettorali. Ogni luogo toccato dalla campagna diventa hashtag territoriale, un segno nello spazio: Perugia, Pesaro, Pisa, Savona. Lo spazio-Salvini. Dove si fa ritrarre sistematicamente in mezzo ai sostenitori, manda abbracci e, ringrazia del calore ricevuto, invita a firmare petizioni. Quasi a compensare la consueta aggressività nei confronti degli avversari. La sovraesposizione personale si rivela anche da altri dettagli. Nei quindici giorni sotto esame solo due volte dalla sua timeline è partito l'hashtag #Zaia. E nei suoi 140 caratteri non compaiono quasi mai link a siti che non siano direttamente collegati a se stesso, come la sua pagina Facebook.  Di qualsiasi cosa twitti Matteo Salvini, il vero tema è se stesso.

Dall'altra parte c'è Beppe Grillo. L'altro fustigatore del sistema. E altro capo indiscusso del suo movimento. Come il collega padano, è molto attivo. Ma rispetto a lui tra il 15 maggio e il primo giugno il rapporto tra i tweet e reetwet di altri account è invertito. L'ex comico ha twittato oltre 400 volte, ma i suoi cinguettii "diretti" sono stati solo poche decine. In altre parole, Grillo usa il social soprattutto come piattaforma per rilanciare contenuti altrui. Con una eccezione: il blog, che viene linkato puntualmente ad ogni tweet diretto. Come Salvini, il modello comunicativo è aggressivo, ma se il primo abbonda nel postare sue foto, Beppe fa l'esatto contrario. Al massimo, qualche fotomontaggio satirico di se stesso. E a differenza di Salvini, gli hashtag non disegnano direttamente temi e problemi, ma segnalano polemiche con gli avversari e battaglie e successi dei Cinque Stelle. Al primo posto nei quindici giorni gli oltre duecento  #bindifuoriinomi, poi i quasi cento #bonus5stelle e #redditodicittadinanza.

L'account  di Grillo è anche il punto di partenza di una sorta di catena di "Sant'Antonio" che si ripete, identica a se stessa, ad ogni intervento sul blog. Il leader posta il link, attivisti ed elettori copiano e incollano sulle bacheche Facebook e poi postano quelle pagine di nuovo su Twitter.  Con un sensibile effetto moltiplicatore e "circolare".  

Se dunque con il modello usato da Salvini si attua un meccanismo di personalizzazione diretta, fisica, territoriale, nel caso di Grillo siamo di fronte ad un processo di astrazione (e dissimulazione) del capo. Un leader che sul social compare in prima persona di rado, però dà l'imprimatur con centinaia di reetweet ai suoi seguaci. Ottenendo un doppio obiettivo: trasmettere il senso "comunitario" che ispira la filosofia del Movimento e mantenersi intanto in uno spazio diverso da quello di tutti gli altri. Quello sempre ribadito dalla centralità del blog come luogo del potere presunto orizzontale grillino e sede di una leadership dai tratti, per così dire, "metafisici". Perfino rispetto al web.

Io e Nomfup. Il caso Renzi-Sensi. Parco di tweet l'uno, prolifico l'altro. Il premier e il suo portavoce sulla piattaforma social formano un duo con una vita simbiotica e funzionalmente intrecciata. Vediamo come si muovono. Renzi nei quindici giorni prima delle elezioni regionali ha twittato direttamente 19 volte e ritwittato 20. Sensi ha inviato oltre 250 post diretti e una sessantina di retweet. Il presidente del Consiglio usa il mezzo per illustrare/promuovere iniziative e risultati del governo. O per messaggi "istituzionali", come nell'anniversario della strage di Capaci. Pochissime foto, ma ad alto valore simbolico: quella della sua mano che firma leggi. Hashtag dominante, #lavoltabuona. Invece Sensi, il suo uomo ombra in ogni passaggio comunicativo a Palazzo Chigi, tanto da essere percepito come un alter ego, twitta indifferentemente contenuti politici e personali, come un qualsiasi utente che posta un link a Youtube per far sentire una canzone ai suoi follower.

Al confine tra questi due opposti universi si collocano le foto linkate ad Istagram e taggate dall'hashtag #cosedilavoro. Dove regna il dietro le quinte del premier, visto dal buco della serratura. Immagini che escono puntualmente dal social per finire sulle home page dei siti e il mattino dopo sulle pagine dei giornali. In altre parole, Sensi, l'ombra comunicativa del premier, assolve il compito che Renzi - "ingessato" dal ruolo - non può assolvere. Quello della mimesi con i cittadini. Una mimesi sempre più necessaria quando si governa, tanto è vero che il presidente del Consiglio è stato l'unico, nel periodo preso in considerazione, a condurre un livetwitting con domande e risposte. Solo un quarto d'ora, significativo però nell'indicare una necessità di contatto diretto che nel tempo si fa più sfuggente. Perché @Matteo Renzi e @Nomfup sono due account che assieme, come in un tacito gioco di squadra, costruiscono su Twitter una delle maglie della rete con cui si consolida la leadership personale renziana.

Basta il confronto tra queste dinamiche così diversificate, e ognuna a suo modo creativa, con i profili official dei partiti per avere una ulteriore prova dell'occhio di bue continuamente acceso sulle leadership a dispetto delle forze politiche. Queste ultime, che usano il mezzo soprattutto come una agenzia di redistribuzione dei contenuti, sembrano non essere interessate al pubblico che va oltre i militanti e gli stretti simpatizzanti. E scaricano creatività, personalità, prossimità ed empatia sui loro capi. Una volta alla creatività e all'empatia ci pensavano gli uffici propaganda dei partiti, non Berlinguer o Aldo Moro. Anche questo è il segno del cambiamento di un'epoca. micizia al fake di Mario Monti l'ex presidente francese non ha fatto la migliore delle sue figure. E l'Eliseo ha impiegato 24 ore per capire l'errore.

Il caso regionali: social pieni, urne vuote
di CARMINE SAVIANO


ROMA - Twitto quindi esisto. E se la fase dell'esistenza che si attraversa corrisponde a una campagna elettorale la translitterazione è scontata: twitto quindi cerco consenso. Nessuno sfugge: dal candidato al consiglio comunale del più piccolo comune della Valle D'Aosta a chi - è stato il caso di questi giorni - si propone di guidare una Regione. Una guerra senza tregua in cui, secondo quanto suggerisce Maurizio Ferraris nel suo ultimo "Mobilitazione Totale", le A. R. M. I. sono i dispositivi mobili che ormai rappresentano la nostra propaggine artificiale. L'acronimo sta per Apparecchi di Registrazione e Mobilitazione di Intenzionalità: iPad, smartphone e affini per capirsi. I terminali fisici attraverso cui si forma e passa la volontà di realizzare il risultato: consenso, governo, potere.

E lo abbiamo visto: Twitter ancora una volta sovrano del tool kit elettorale di ogni candidato. Un tweet per manifestare il proprio essere-al-mondo-politico, un hashtag per orientare le discussioni, un retweet per rilanciare contenuti, parole d'ordine o quella foto che meglio di altre fornisce il frame, la cornice d'intenti della propria corsa alle istituzioni. Il punto è misurare quanto l'attività online corrisponda a quella offline. Cosa passa tra un retweet e un voto? Twitter restituisce i rapporti di forza presenti? Li scardina? Forse la verità sta nel mezzo: la possibilità più concreta è riaprire la partita. E nelle ultime elezioni regionali alcuni dei campioni del cinguettio politico sono stati proprio quelli indietro nei sondaggi. Tre casi: Liguria, Campania, Veneto.  

I dati sono stati raccolti da Misurare la Comunicazione, un blog collettivo che valuta e misura la comunicazione politica. Partiamo dal Sud. Dalla Campania. La misurazione della sfida tra Stefano Caldoro e Vincenzo De Luca si ferma prima del venerdì nero degli impresentabili. De Luca avanti nei sondaggi, un treno in corsa verso palazzo Santa Lucia. Eppure su Twitter il governatore uscente del centrodestra da chilometri (virtuali) a tutti. Il suo hashtag #finalmenteilfuturo distacca il deluchiano #atestaalta. Il motivo? Le ragioni della rete sono imperscrutabili. Forse bisogna guardare ai supporter: "Caldoro può vantare una schiera di follower mediamente noti, tra cui Mara Carfagna e Alessandra Mussolini mentre intorno a De Luca riconosciamo chiaramente solo il nodo del presidente del Consiglio". L'esito del voto vedrà Caldoro sconfitto. Ma di misura.

In Veneto la corsa di Alessandra Moretti è sempre stata in realtà una rincorsa. Troppo avanti il governatore uscente Zaia: nei sondaggi, nel radicamento sul territorio, nell'indice di fiducia e apprezzamento degli elettori. La sconfitta della eurodeputata del Pd è stata sempre nell'aria. Eppure l'esponente democratica ha vinto la corsa su Twitter senza se e senza ma: veri e propri tormentoni i suoi #ilcoraggiodicambiare e #moretti2015. Anche qui pesano gli appoggi: di Matteo Renzi e di una compagine governativa in cui spiccano Roberta Pinotti, Marianna Madia e Debora Serracchiani. Buon risultato anche per il MoVimento Cinque Stelle: Jacopo Berti e il suo #tuttiuniti prendono il secondo posto. Buono il risultato di Zaia: #scelgoZaia appaggiato anche da Salvini. Tosi? Non pervenuto.

Poi la Liguria, dove il "Davide" Pastorino batte i "Golia" Toti e Paita. Twitter sceglie #conpastorino, a il #raggiungopastorino di Pippo Civati. Toti  - #cambiamoinsieme - e la candidata dei Cinque Stelle - Alice Salvatore con #riprendiamocilaliguria - sono ai margini. E Lella Paita? Fuori, senza neanche l'indicazione di un hashtag ufficiale. Il suo slogan, #laliguriavaveloce, compare pochissime volte. E la "guerriglia semiologica" del candidato della sinistra paga. Con quei voti il Pd avrebbe tenuto una delle storiche regioni rosse.

Articolo da Repubblica.it

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